“Gli alberi e l’assassinio di Marzùq” di ‘Abd al–Rahman Munif

Scorre lungo i binari trascinando seco le tappe che la contraddistinguono. Minuscole particelle – chiamati attimi – che formano un corpo imprevedibile. La vita, semplicemente. Nel romanzo Gli alberi e l’assassinio di Marzùq senti il fischio del treno. Senti il corpo sobbalzare ai movimenti del mezzo. Vedi sbuffare la locomotiva e vedi due uomini seduti, l’uno di fronte all’altro, che chiacchierano e bevono ‘araq, liberando un odore così pungente da impregnare lo scompartimento.   Uno dei due scende al confine e lascia l’altro passeggero a pensare dinanzi a dei libri in arabo e francese. Solo. Intanto, i pensieri scorrono. I racconti fluiscono. Lungo il binario dell’esistenza. Due occhi dietro al finestrino fissi, vuoti. Ovvero, colmi di un flusso narrativo denso che non trova le parole, ma si libera nello spazio della mente fino a impazzire.

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Pubblicato in lingua italiana nel 2004 dalla casa editrice sarda Ilisso, il romanzo vede la sua nascita circa trent’anni prima, nel 1973. Un unico genitore, ‘Abd al – Rahman Munìf (1933-2004), di nazionalità araba, come amava definirsi. Già conosciuto dall’editoria italiana al momento della sua pubblicazione con All’Est del Mediterraneo (1993) e Storia di una Città (1996), Gli alberi e l’assassinio di Marzùq precede il noto Città di sale (2007). Eppure è il primo romanzo di Munìf che, fino a quel momento, si era occupato solo di questioni economiche e di petrolio. L’opera si articola attorno a un incontro durante un viaggio in treno. Lo spostamento, il forzato nomadismo, l’esilio, l’abbandono della terra natia: l’autore ne conosce bene i dolori e le tristezze, costretto dalla vita a spostarsi in lungo e in largo su tutto il Medio Oriente, non tralasciando neppure il Mediterraneo occidentale, ovvero, la ex Jugoslavia, dove si è dottorato, e la Francia, dove ha vissuto in esilio. Questa è la vita infelice dell’intellettuale: un costante movimento che porta l’individuo, sradicato dalla propria terra, a un vortice costante, in solitudine, senza affetti né punti fermi a cui tendere.

Parlare sempre agli sconosciuti: Ulisse senza fama, eroi della modernità in perpetuo movimento, senza più né Itaca né Penelope che li aspetti, schiacciati dalla paura e dalla sconfitta, si ritrovano casualmente sullo stesso treno e narrano le loro storie in un modo coinvolgente e peculiare che li rende diversi dal resto dell’umanità. Prima parte. Elyas, cristiano. Una vita difficile, fantasiosa, da certi punti di vista, ostacolato da sempre dalla società che gli si rivolta contro. La sua esistenza è un continuo tendere a degli affetti, una moglie e un asino, cessati di vivere. La distanza che li separa, la vera ragione di tale lontananza che provoca dolore e tormento, è uno sgarro fatto alla Natura. Seconda parte. Ed ecco Mansùr. L’intellettuale, musulmano. Ex docente universitario tagliato fuori dalla società per le sue idee, oggi interprete per una missione archeologica. Semplicemente contro. Contro l’ipocrisia e l’ambiguità; la volgarità e la stupidità; l’ignoranza e la ricchezza smodata; la patria e i luoghi comuni. Un tema, quello dell’intellettuale, che lo scrittore, di padre saudita e madre irachena, riprende più volte nella sua produzione letteraria. Contro le dittature del mondo. Per l’intima bellezza dell’uomo. Consapevolezza della sua fragilità. “Non c’è bisogno che vi racconti tutto di me: sono una persona comune che non merita l’interesse di nessuno. Somiglio, nei tratti del viso e nel modo di vestire, a un numero incalcolabile di persone. Ma ciò che mi distingue dagli altri, e che io difendo con le unghie, è il mio mondo interiore … e qualche volta la mia libertà. Probabilmente ai vostri occhi sono insignificante, ma non mi importa, io sono felice lo stesso, perché dentro di me sento una vocina sommessa, che non mi stancherei mai di ascoltare, che mi dice in continuazione: “Rifiuta questo insulso mondo dalla doppia morale seducente, tieniti alla larga e, se puoi, fai in modo di cambiarlo!”. Munìf ha conosciuto la nostalgia dell’esilio, l’amarezza della nazionalità revocata, il rumore delle bombe su Baghdad e le violenze della prigionia. E dalla Francia è ritornato da arabo fra arabi, in Siria, dove è morto, per narrare l’Est. Anche se “La patria è come una fascia nera che chiunque può mettersi al braccio”, l’attrazione verso quel centro di gravità è perenne.

Viene proprio voglia di saltare su quel treno, con il libro sottobraccio. Magari per andare a Tayyiba perché lì “Se un giorno dovessi venire, chiedi di Elyas Nakhla e ti mostrerò ogni cosa”.

‘Abd al-Rahman Munif, “Gli alberi e l’assassinio di Marzùq”, Ilisso, 2004, traduzione dall’arabo di Maria Avino e Isabella Camera d’Afflitto.

 

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