“Estasi culinarie” di Muriel Barbery

Estasi culinarie (Une gourmandise) di Muriel Barbery (nella traduzione italiana di Emanuelle Caillat e Cinzia Poli, pubblicato da Edizioni e/o) è un’opera breve (pp.139), ma di intensa liricità. Un inno al mondo gastronomico esaltato dalle descrizioni culinarie del protagonista, rese con colori vivaci da una prosa libera, a briglie sciolte, avventurosa, coinvolgente.

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A Parigi, in rue de Grenelle – strada resa, poi, celeberrima dal best seller a firma della medesima autrice francese, L’eleganza del riccio – sta per concludersi la vita di monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico sulla terra. Il romanzo consta di capitoletti in cui sono presenti tanto gli ultimi pensieri del critico quanto quelli delle persone che lo conoscevano da vicino e da lontano. Una coralità di punti di vista che ruotano attorno a un uomo che – cinico, freddo, di successo, temibile e temuto – incarna la figura del tipico borghese, preso dall’esteriorità e dal senso del bello, ma per nulla rispettoso dell’altro e dei sentimenti da questi provati. Non è un caso che il critico stia morendo perché afflitto da una malattia cardiologica, un disturbo che aveva colpito l’organo più rappresentativo della sua complessa identità.

Si tratta di un viaggio alla ricerca del “sapore primordiale e sublime, un sapore provato e che ora gli sfugge, il Sapore per eccellenza, quello che vorrebbe assaggiare di nuovo prima del trapasso” (cfr. presentazione in quarta di copertina a cura della casa editrice italiana). Un sapore che per essere trovato necessita rivivere le tappe più importanti della vita e i luoghi che ne hanno incorniciato le esperienze: dall’infanzia alla giovinezza e, infine, alla maturità. Si passa dalla cucina della nonna alla haute cuisine del mondo, in giro per il mondo (Francia, Grecia, Tangeri, Rabat, San Francisco). Si dice che in punto di morte si ripercorra la propria vita come in un film; in un certo senso, è quel che accade nello scorrere delle pagine di questo romanzo.

Un racconto esaltato che rivive piatti e prelibatezze intervallato dagli ultimi pensieri degli altri: la moglie – rilegata a un angolo, trasparente a suoi occhi, ma perdutamente persa nell’amore per il marito, i figli – che ne hanno subito il distacco freddo, gli animali domestici, gli amici, l’amante, il mendicante sotto casa e tanti altri che affollano la scelta e raccolgono gli ultimi pensieri per il moribondo.  Il racconto di una vita che – prima di spegnersi definitivamente – è ancora alla ricerca del Sapore dal momento che “Non di solo pane vive l’uomo: di cos’altro ancora?”

Al di là della freddezza e del cinismo, il protagonista mi suscita una grande ammirazione (anch’io faccio la fine delle sue vittime!). Senza dubbio è un genio, un artista della parola, capace di trasformare quest’ultima in una vera e propria spada con cui affrontare temibili nemici nei duelli. “La sua prosa… la sua prosa era nettare, era ambrosia, un inno alla lingua, ogni volta mi si attorcigliavano le budella, e poco importava che parlasse di cibo o di altre cose, in realtà non contava l’oggetto: a risplendere era la parola. Le cibarie erano solo un pretesto, forse addirittura una scappatoia per sfuggire a ciò che il suo talento di cesellatore avrebbe potuto mettere in luce: il tenore esatto delle sue emozioni, la durezza e le sofferenze, infine lo smacco…”. è l’artista delle parole, colui che ha esaltato sapori e piatti denigrandone altri; in un certo senso, intravedo in questo personaggio anche il ruolo di traduttore. In fin dei conti, il critico gastronomico crea al pari di uno chef. Ne traduce le opere.

Proprio in questi giorni sto leggendo un saggio di Umberto Eco, “Dire quasi la stessa cosa”, pubblicato da Bompiani nel 2003. Lo scrittore – nella sua ampia introduzione – sottolinea che tutta l’opera nasce dall’esperienza traduttiva, dunque, dalla prassi; e in maniera altrettanto pragmatica delinea la definizione di “tradurre” partendo dal vocabolario della Treccani, passando, poi, dal più venduto dei dizionari in Italia, lo Zingarelli, per infine atterrare presso una landa più sicura, quella del Webster New Collegiate Dictionary che, tra i tanti significati della parola to translate, dà la seguente definizione riportata da Eco: to transfer or to turn from one set of symbols into an other. In un certo senso, monsieur Arthens ha compiuto per tutta la sua vita questa mirabile opera traduttiva (anche se intesa in senso lato e, forse, in senso intersemiotico, per dirla con lo stesso Umberto Eco), parole tanto amate quanto temute, partorite nello studio di rue de Grenelle in compagnia del gatto Rick. Una vera e propria autorità per cui “Niente è così piacevole come vedere l’ordine del mondo che si piega di fronte ai nostri desideri”, ma anche un gran bastardo, per dirla con l’amante Marquet.

Alla fine, troverà Dio, sì “Dio, ossia il piacere brutale, senza compromessi, che parte dal centro di noi stessi, bada solo al nostro godimento e alla fine ritorna da dove è partito. Dio, ossia la religione misteriosa della nostra intimità in cui apparteniamo intimamente a noi stessi, in un’apoteosi di desiderio autentico e piacere incontrastato”. A nulla varrà la corsa disperata verso un supermercato, perché il critico avrà recuperato il Sapore cui avrebbe dovuto dedicare la sua intera esistenza in forma costruttiva, ma al contrario ha riempito pagine gettando fiumi di inchiostro contro. Con saggezza monsieur Arthens riconosce che “Il punto non è mangiare né vivere, è sapere perché”.

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